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I religiosi e i social network

di Michele Sardella e Antonella Petrella

Diritto canonico e psicologia costituiscono un binomio ben noto agli esperti di diritto matrimoniale canonico: con l’introduzione delle forme di incapacità a contrarre matrimonio, contemplate nel can 1095, la perizia psicologica è diventata un fondamentale e prezioso strumento probatorio che fornisce al giudice conoscenze utili per raggiungere quella certezza morale necessaria per la pronuncia di una sentenza.

Rileggere tale binomio nell’ambito del diritto dei religiosi, tradurlo in un testo scritto a quattro mani, coniugare l’uso dei mezzi di comunicazione alla fedeltà vocazionale, è decisamente una proposta nuova oltre che necessaria. Non certo perché questa è l’epoca dei folli o degli incapaci, quanto piuttosto perché intelletto e volontà concorrono con emozioni, disposizioni psicofisiche, tendenze, abitudini acquisite a costituire l’unità della persona. E dunque, la scienza che cerca di affondare lo sguardo nel mistero che è l’uomo, insieme alle altre discipline, tra cui il diritto, può offrire un contributo importante per sostenere il desiderio e la ricerca di fedeltà alla propria vocazione.

Il dialogo tra diritto e psicologia è presente nel testo non solo nelle due parti che lo compongono, ma anche all’interno di ciascuna di esse nella quali, come un filo nascosto, non sfugge al lettore il rinvio alla Parola, quel pozzo d’acqua viva e zampillante dal quale il cristiano attinge la sapienza che gli permette di addentrarsi nel mistero che è la creatura umana.

Nell’accostare il testo, oltre a tali interessanti intuizioni ed al tentativo di far dialogare discipline a prima vista così distanti, si percepisce subito che si tratta, come riconosciuto dagli stessi Autori, di un sasso lanciato nello stagno per smuovere le acque e stimolare una riflessione più ampia e uno studio più approfondito.

E’ certamente significativo che, per mettere in relazione il diritto e la psicologia, entrambi radicati nella Parola, gli Autori abbiano scelto l’ambito dei mezzi di comunicazione di ultimissima generazione. Si tratta, infatti, di strumenti che sono entrati a pieno titolo nelle nostre abitudini, permettendoci di sperimentarne l’utilità e le loro straordinarie potenzialità, ma anche il profondissimo impatto sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi (cfr. Instrumentum laboris per il Sinodo sui giovani). Un impatto che certamente attraversa anche la vita religiosa nei suoi diversi volti: dalla clausura, alla comunità, alle dinamiche della vita fraterna, alla fedeltà vocazionale. Questo contributo, che a prima vista potrebbe sembrar demonizzare tali mezzi, addentrandosi in parole come appartenenza libertà ed identità (e false identità), offre l’opportunità di esercitare quella capacità critica, così spesso anestetizzata dagli stessi mezzi di comunicazione, che costituisce invece un valido aiuto per vivere e custodire la propria vocazione.

Dinanzi a cambiamenti antropologici così profondi, il presente lavoro pone al diritto canonico domande nuove chiedendo risposte nuove, guidato dall’antico brocardo ius sequitur vitam che indica tutta la bellezza e al tempo stesso tutta la fragilità del diritto quando questo non sa rispondere alla sua missione, ma anzi identifica la sua forza con la sua staticità.

Il testo rimanda infatti ad una visione di un diritto “vitale”, intendendo con questo termine un diritto strettamente connesso alla vita e al cambiamento iscritto nella vita stessa, un diritto che, guardando all’esperienza concreta di ciascuno, offra a noi tutti l’abito nuziale: quel dono di grazia da accogliere per partecipare al banchetto di nozze e vivere in libertà e pienezza (Mt 22,1-14).

D.ssa Daniela Leggio

Capo ufficio della Congregazione per Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica

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